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GLI AFFRESCHI

 

Il ciclo dei mesi di Torre Aquila a Tentoright

 

Nella cinta di mura duecentesca che circonda la città di Trento si apre, prossima al Castello del Buonconsiglio, la porta Aquila. Parte di qui la strada della Valsugana e il nome le deriva probabil­mente dal fatto che di qui cominciava il cammino che portava ad Aquileia. Sormontata all'origine da una semplice torre di difesa, aperta sul lato verso la città, testimoniata in un documento del 1290, essa venne profondamente modificata sul finire del Trecento quando il vescovo Giorgio di Liechtenstein ne fece aumentare l'altezza trasformandola in una vera e propria torre d'abitazione e facendola comunicare con il Castello del Buonconsiglio, tradizionale residenza dei vescovi di Trento, attraverso il lungo passaggio coperto che correva sopra le mura. In questo modo il prelato si impossessò di fatto di una parte delle mura e della porta privandone i cittadini cui spettava il legittimo possesso. Il fatto, avvertito come una indebita usurpazione, dovette causare un forte malumore sì che, quando una sommossa popolare e l'intervento del duca d'Austria e conte del Tirolo Federico IV misero fine, nell'aprile del 1407, al potere del vescovo, uno dei primi atti emanati dal duca riguardò appunto l'immediata restituzione della torre al controllo dei trentini. Nel testo si stabilisce minutamente che «la torre della porta dell'Aquila della città di Trento, precedentemente controllata dal vescovo, debba per sempre rimanere nelle mani e in balia dei cittadini di Trento fino al torresello di mezzo,

 

Frans Hogenberg: veduta di Trento ( 1588 ) particolare con il Castello del Buonconsiglio

 

situato fra la detta torre e il Castello del Buonconsiglio e che sia lecito ai cittadini di rompere il muro di cinta ed otturare il passaggio in modo tale che non si possa giungere dal detto torresello alla torre dell'Aquila». La decisione di Giorgio di Liechtenstein segnò in realtà il destino della torre che da questo momento fu considerata, e così appare negli inventari e nelle descrizioni, quale parte integrante del Castello. L'intervento del prelato non si era limitato alla ristrutturazione dell'edificio, ma si era esteso alla sua decorazione; quanto di essa si è conservato ne fa uno dei monumenti più significativi e importanti della pittura gotico-internazionale. Giorgio di Liechtenstein fu uno dei grandi protagonisti di questa stagione culturale. Giunto sul seggio episcopale di Trento dopo esser stato prevosto di Santo Stefano a Vienna, vale a dire la più alta autorità religiosa di una città in grande sviluppo e da poco divenuta il centro della potenza asburgica, discendente dalla ricchissima famiglia aristocratica che aveva grandi possessi in Moravia e in Austria, il suo gusto di committente e di collezionista si manifestò in molti modi fin dall'arrivo a Trento nel marzo del 1391. Delle sue commissioni artistiche ci rimangono una serie di bellissimi ricami eseguiti per decorare paramenti religiosi (Trento, Museo Diocesano) e alcune ,elaborate oreficerie: un ostensorio dalla complessa struttura architettonica a tre cuspidi (Trento, Museo Diocesano) e una splendida croce astile (Flavon,

 

Parete Est

 

chiesa parrocchiale). La lista degli arredi, delle suppellettili, dei paramenti che gli furono sequestrati da Federico IV, così come l'elenco di un certo numero di opere dalla sua biblioteca anch'esse sottrattegli dal conte del Tirolo, ci attestano del suo gusto di mecenate, collezionista e bibliofilo. Non sappiamo quali fossero gli arazzi francesi che aveva nel Castello, ma ne conosciamo l'alto valore di stima in quanto l'elenco accenna a «molti pezzi di tappezzerie fatte in Francia per un valore di mille ducati». Quanto ai libri miniati basti dire che tra essi era uno splendido esemplare di «Tacuinum Sanitatis», vale dire di una di quelle straordinarie enciclopedie  illustrate di soggetto igienico-sanitario basate su un antico testo arabo che sul finire del Trecento erano state prodotte nell'ambiente della corte dei Visconti. Il volume che come attesta un'iscrizione, era stato di Giorgio di Liechtenstein, venne predato da Federico d'Austria ed è oggi alla Biblioteca Nazionale austriaca a Vienna. Le opere ancora esistenti e le notizie di quelle perdute legate all'attività e alla committenza del vescovo permetterebbero già di collocarlo in significativa posizione tra i grandi «patrons» degli anni intorno al 1400, ma ciò che gli assicura una posizione veramente singolare tra questi è il ciclo di dipinti che decora la sala del secondo piano della Torre Aquila. Una serie continua di immagini si sussegue qui sulle pareti illustrando attraverso un sapiente intrecciarsi

 

Parete Nord (A)

 

intrecciarsi di temi aristocratici e popolari i mesi dell'anno. Si tratta di undici scene, (una, quella illustrante il mese di Marzo, che doveva essere raffigurata sulla parete della scala a chiocciola nell'angolo sud est, è andata perduta con la distruzione della scala) dedicate ognuna ai passatempi e ai lavori di un mese e inquadrate da alte colonnine tortili che dovevano suscitare l'impressione di una leggera struttura, architettonica, una sorta di loggia aperta da ogni lato su un paesaggio in continua trasformazione. Il ciclo, dipinto a fresco con estesi interventi a tempera, deve essere stato eseguito attorno al 1400, e ha subito un radicale restauro che ha comportato estese ridipinture da parte del pittore Marcello Fogolino attorno al 1535, per volere del cardinale Bernardo Cles. Le riprese cinquecentesche, molto numerose nei volti dei personaggi e negli abbigliamenti ma anche in ampie zone del paesaggio, causano in molti casi difficoltà anche notevoli nella lettura del testo primitivo che, tuttavia, nei particolari,dove appare integro rivela un'alta qualità di esecuzione, e un'estrema precocità nelle soluzioni adottate. Il ciclo venne infatti eseguito prima del 1407, vale a dire prima dell'imprigionamento del vescovo e della sua cacciata da Trenta. Esso porta le armi Liechtenstein spaccate di oro e di rosso (nella scena di Gennaio e, nell'inquadramento della finestra sulla parete Est) e sembra assai difficile che il vescovo l'abbia fatto eseguire dopo la sommossa,

 

Parete Nord (B)

 

quando a Trento non fece che sporadici soggiorni. Inoltre sull'intonaco non affrescato di una parete dell'ambiente del terzo piano, la cui decorazione oggi conservata solo per frammenti rivela la mano dello stesso maestro operoso nel ciclo dei Mesi, un graffito ricorda l'imprigionamento del vescovo nell'Aprile 1407. L'elemento che maggiormente caratterizza il ciclo in senso moderno è l'estensione straordinaria del paesaggio che, mese dopo mese, scandisce in un ciclo continuo il succedersi e il mutare delle stagioni. L'evolversi dell'anno è marcato in alto sopra ogni scena da una rappresentazione del sole, di volta in volta situato in una diversa casella zodiacale, dalle occupazioni degli aristocratici e dei contadini, dal mutare dell'aspetto della vegetazione. Ad una cortese battaglia a palle di neve segue un torneo, quindi scene di una corte d'amore e diverse rappresentazioni di caccia. Il lavoro dei campi, distinto nelle diverse operazioni proprie a ciascun mese, l'aratura, la semina, il taglio del fieno, la mietitura, la raccolta delle rape, la vendemmia, l'abbattimento degli alberi, si snoda in un paesaggio che prima ricoperto di neve vede spuntare i primi fiori e germogli, e quindi susseguirsi alberi a spalliera carichi di frutta, campi e prati. 

 

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